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Mercoledì, 5 Ottobre, 2016 - 15:12
«Gli 80 giorni di Davide condannato a morire, ma trattato da cavia»
I genitori citati da Veronesi: "Oggi riviviamo il dramma. Sì all'eutanasia: lasciar andare è un atto di amore"

«Gli 80 giorni di Davide condannato a morire, ma trattato da cavia»

Articolo di Giuliano Foschini su la Repubblica - Il centro: «Bisogna anche avere il coraggio di lasciare andare le persone che si amano. Anche quelle che si amano più di ogni altra cosa al mondo, più di se stessi. Una madre non può mai volere allontanarsi da suo figlio. Ma quel male può essere necessario». E' qui, tra l'amore e il coraggio, che Maria Rita Vigilante traccia il centro della storia di Davide, suo figlio. Davide è morto a luglio del 2008, a meno di tre mesi, dopo aver vagabondato tra l'ospedale di Foggia, dove era nato, e quello di Bari. Era affetto da sindrome di Potter, «malattia costantemente infausta», dice la medicina: ti fa nascere senza reni e apparato urinario e, dunque, non ti dà alcuna chance di sopravvivenza.

Di Davide e della storia dei suoi genitori ha parlato nei giorni scorsi, in un intervento su Repubblica, il professor Umberto Veronesi commentando il caso di eutanasia su minore avvenuto in Belgio. Maria Rita e suo marito avevano infatti chiesto che non ci fosse accanimento terapeutico sul loro bambino. Il tribunale, su richiesta di un medico, privò loro della patria potestà. Ordinò le cure sul bimbo allungandogli di qualche giorno la vita.

Signora Maria Rita, otto anni dopo cosa è rimasta della vostra storia?

«Oltre al dolore, quando il dolore è così grande, può restare poco. È restato però uno spazio per una voce, per quella che secondo noi è una richiesta di civiltà: a nessuna famiglia, a nessun genitore, deve più succedere quello che è accaduto a noi».

Cosa vi è accaduto?

«Davide era il terzo dei nostri figli. In precedenza non avevo mai avuto problemi, i bambini erano tutti sani. Durante la malattia il mio ginecologo, il dottor Zingariello, fu l'unico ad accorgersi che il bambino non aveva i reni. Ma nessuno fu in grado di spiegarci esattamente di cosa si trattasse. La sindrome di Potter non lascia scampo: nostro figlio è nei libri di medicina perché ha vissuto per 80 giorni. Prima di lui il più longevo era rimasto in vita per 38».

Sarebbe cambiato qualcosa se lo aveste saputo?

«Avrei abortito. Nella stanza di un luminare romano, a cui avevo chiesto un consulto, accennai all'ipotesi. E fui aggredita: gridò, sbattette i pugni sul tavolo, non voleva nemmeno sentire pronunciare la parola aborto. Era contrario, per motivi religiosi. Ma io ero lì per consultare lo scienziato. Mi disse che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Mi fidai, purtroppo. E spero che quel medico non abbia omesso evidenze, unicamente perché era ideologicamente contrario all'aborto. Certo è che io avevo il diritto di sapere quello che, purtroppo, ho scoperto dopo».

Cosa?

«Che Davide non aveva alcuna possibilità di sopravvivere. Quando è nato le abbiamo provato tutte, non ho mai perso nemmeno per un secondo la speranza. Abbiamo consultato i migliori specialisti, è arrivato un chirurgo del Gaslini. Ricordo le sue parole: «Non saprei nemmeno da dove cominciare». Lo stesso medico di Foggia ci disse che se fosse stato suo figlio non avrebbe fatto altro che aspettare. Poi una sera, lo stesso medico ci chiese l'autorizzazione per sottoporre il bambino a dialisi. Era tardi. Gli chiesi qualche ora per pensarci. Quel tempo non mi fu concesso. La notte arrivarono i carabinieri, in divisa. Ci trattarono come criminali davanti ai nostri bambini. Ci comunicarono che il tribunale, d'urgenza, su segnalazione del medico, ci aveva tolto la patria potestà perché noi non volevamo curare nostro figlio».

Voi non volevate curare vostro figlio?

«Non scherziamo. Non volevamo però che ci si accanisse contro di lui. Che diventasse una cavia chissà per cosa. Davide aveva cateteri ovunque, uno se l'è strappato con le sue stesse manine. Che senso aveva?».

Ci furono polemiche furibonde. Il deputato dell'Udc, Luca Volontè, scrisse che volevate sacrificare vostro figlio perché non era perfetto.

«Abbiamo sofferto. Soffriamo. Soffriremo. E quelle parole, insieme con le aggressioni furibonde di quei giorni, con l'umiliazione del tribunale, hanno contribuito a calpestare la nostra dignità, la sensibilità di una famiglia che stava per perdere il suo bambino. Questo tipo di dolore è colla indelebile, non potrà andare via mai. Ma vorremmo che a qualcosa possa essere utile».

A cosa?

«Ad aprire un dibattito serio sull'eutanasia in questo paese. Un dibattito che si affidi alla scienza, alla libertà e che sia libero da ogni pregiudizio. Un dibattito che contribuisca a creare una legge seria, che ponga regole e diritti, e che non consenta a nessuno di soffrire quanto noi. Dalla storia di Davide, io, mio marito, i miei figli, abbiamo imparato due cose, su tutte. La prima è che i medici hanno il dovere della chiarezza. Non può esserci alcun sottinteso, e devono essere mossi unicamente dalla scienza. Soltanto così i pazienti, e nel caso di bambini, i loro genitori, possono essere messi nelle condizioni di scegliere in piena libertà. La seconda cosa è che davanti a scelte così difficili, l'unica strada possibile è quella dell'amore. Anche quando ti condanna al dolore».