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Giovedì, 17 Marzo, 2016 - 15:11
Biotestamento: gli esperti chiedono Direttive anticipate vincolanti, non semplici dichiarazioni
Per un buon risultato della discussione, sarà determinante conquistare un'adeguata informazione dei cittadini sul dibattito parlamentare. Per questo Matteo Mainardi, il coordinatore della campagna, fornirà puntuale sintesi di ciascuna riunione.

Biotestamento: gli esperti chiedono Direttive anticipate vincolanti, non semplici dichiarazioni

Puoi rileggere tutte le precedenti sedute su Testamento biologico ed Eutanasia cliccando qui!

Seconda giornata di audizioni degli esperti in Commissione Affari Sociali. Il tema è ancora quello delle DAT ossia delle Direttive Anticipate di Trattamento che un gruppetto di parlamentari vorrebbe derubricare a semplici Disposizioni. Nella seduta del 16 marzo è stata audita la Consulta di Bioetica.

Riportiamo a seguire le sintesi degli interventi dei soli esperti, fermo restando che, grazie a Radio Radicale, gli interventi integrali si possono riascoltare cliccando qui.

Mario Riccio, dirigente reparto di Anestesia e Rianimazione all’Ospedale di Cremona: “Se faceste una legge con il termine Dichiarazioni Anticipate di Trattamento invece del termine Direttive, ritengo che non avrebbe alcun significato. Le Dichiarazioni indicano un qualcosa di tipo colloquiale e nulla verrebbe riconosciuto giuridicamente al paziente. Un’eventuale legge di questo tipo, che ripercorrerebbe la strada della Legge 40, sarebbe inutile, verrebbe facilmente attaccata da ricorsi costituzionali. Solo nell’8% dei casi è possibile valutare il consenso del paziente in terapia intensiva. Noi medici ricostruiamo quotidianamente le volontà del paziente. Questo vi porterà a pensare alla vicenda Englaro. I trattamenti sanitari vengono regolarmente sospesi nei reparti di terapia intensiva. In queste unità abbiamo 150mila ricoverati l’anno. Di questi, 30mila muoiono, una delle percentuali più basse in occidente. Tra questi 30mila decessi il 62% è dovuto a una decisione sanitaria di interrompere, non iniziare o limitare le terapie. Perché si fa questo? Perché molti di questi pazienti morirebbero comunque. In questo numero così elevato di morti ci sono tantissimi casi Englaro, ossia sono i parenti a dirci le volontà della persona. Questi non sono trattamenti eutanasici. Ciò fa parte della cosiddetta desistenza terapeutica. Ritengo sia ipocrita limitare i trattamenti senza rimuoverli. Il problema dei pazienti non più competent è un problema estremamente forte”.

Piergiorgio Donatelli, professore ordinario di Filosofia Morale a La Sapienza - Università di Roma: “Chiediamo Direttive, non Dichiarazioni. Oggi una volta entrati in ospedale perdiamo tutti i diritti relativi alla nostra integrità fisica. Il paternalismo medico è già crollato: il medico deve agire nell’interesse del paziente, ma deve avere il suo consenso. Sono cambiate le modalità del morire: per la prima volta c’è un lungo percorso di fine vita attraversato da scelte. Non si tratta di scelte puntuali, riguardano mesi o anni. Ha totalmente senso che le persone siano libere e informate sul proprio fine vita. Se ci sono persone che accettano le terapie, c’è anche chi le rifiuta. C’è un cambiamento nella professione medica: la buona pratica medica oggi deve incorporare un punto di vista ulteriore, non medico, che è quello del paziente su sé stesso, è quello umano. Una volta entrati in ospedale dobbiamo comunque essere considerati cittadini. Penso che il nostro Paese debba dotarsi di Direttive anticipate vincolanti. Devono riguardare tutto, anche idratazione e nutrizione”.

Eugenio Lecaldano, professore emerito, già ordinario di Filosofia Morale a La Sapienza - Università di Roma: “Mi muovo all’interno dei principi che sono stati elencati da coloro che mi hanno preceduto: un’etica incentrata sull’autonomia e l’autodeterminazione anche sul fine vita. Penso che rientri in questo tipo di salvaguardia della libertà naturale richiedere anche un’eutanasia volontaria. Spero che il Parlamento italiano riconosca ai cittadini questa libertà naturale, l’essere liberi sul proprio corpo per ciò che riguarda cura, vita e morte. La legge deve rendere possibile che i pazienti non vengano trattati come prigionieri, persone chiuse in regole e principi di uno Stato totalitario che non tiene conto del modo personale dei cittadini di concepire la propria morte. Parliamo di un’esigenza di autonomia e libertà che va riconosciuta. In una società come la nostra, le minoranze - ammesso che siano minoranze - dovrebbero essere lasciate libere di morire come vogliono. E’ una delle libertà fondamentali. Qua leggo proposte che usano un linguaggio ideologico. Vi pregherei di non fare leggi che affermano principi sostantivi ideologici, non ripetiamo la storia della legge 40. Il medico non può stabilire quali sono i miei interessi. Una legge come questa non durerebbe più di 4-5 anni. Creerebbe oneri di sofferenza e di costi. Ci sono pronunciamenti della magistratura, come si può fare una legge senza tenerli in conto?”.

Ancora una volta Binetti e Calabrò (entrambi del gruppo AP) sul piede di guerra contro gli esperti. Il presidente Marazziti (DS-CD) invece interviene con una domanda: “Nei vostri interventi si delinea la vita come bene individuale. Ma il corpo è un bene esclusivamente individuale o anche un bene sociale?”. Sì, il livello del dibattito è proprio questo.

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