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Martedì, 11 Ottobre, 2016 - 13:03
Cento telefonate a settimana per la dolce morte in Svizzera

Cento telefonate a settimana per la dolce morte in Svizzera

Articolo di Maria Teresa Martinengo su La Stampa

La storia

È in un hotel non lontano dall’aeroporto di Torino, un «non luogo» di passaggio che pare un rendering dell’esistenza umana, che ExitItalia, l’Associazione Italiana per il diritto a una morte dignitosa, ha festeggiato i suoi vent’anni. Con il presidente Emilio Coveri, l’ex manager Iveco che ha fatto della battaglia per la «dolce morte» la sua missione dopo aver visto morire tra atroci sofferenze il padre e uno zio -, si sono ritrovati una rappresentanza dei 3850 soci e gli amici di associazioni europee attive per assicurare libertà di scelta nel mo mento in cui la vita si svuota nella sofferenza.

La prospettiva

«Sono ancora poche 3850 persone sparse tra Nord e Centro Italia per contare davvero, abbastanza però per segnalare quanto il tema sia sentito. Vent’anni fa – racconta Coveri, torinese – gli italiani avevano bisogno di parlarne. Oggi rispondo a 90-100 telefonate la settimana: persone che si informano per avere una chance, una sorta di assicurazione. Soprattutto gente disperata che ha scoperto di avere pochi mesi di vita e la prospettiva di molta sofferenza. Alcune decine l’anno superano le verifiche sul testamento biologico e sulla documentazione medica e ottengono “luce verde” per andare a morire in Svizzera».

Nel 2012 Exit-Italia ha fondato Exit-Svizzera Italiana e collabora con associazioni (Liberty Life del Canton Ticino, Lifecircle -Eternal Spirit di Basilea, Dignitas di Zurigo) che accettano italiani con patologie gravi irreversibili e di accompagnarli alla morte volontaria assistita. «Si può morire in esilio, ma noi ci battiamo - prosegue il fondatore - perché si possa morire a casa, vicino agli affetti familiari. Mi auguro che prima o poi qualcuno si faccia carico di tutto questo dolore» . Ai soci , Exit suggerisce il testamento biologico. «Un medico, un giudice, dovranno tenerne conto. Se la povera Eluana Englaro avesse potuto lasciare scritta la sua volontà, suo padre non sarebbe andato avanti diciotto anni in quella terribile situ azione», dice Coveri, che il 2 novembre, Giornata mondiale per il diritto a morire con dignità, sarà davanti al cimitero monumentale per distribuire materiale informativo. «Saremo a Milano, Roma, Firenze, Bologna, Reggio Emilia. A Ravenna il permesso ce l’hanno dato il 5, ma l’importante è esserci, spiegare. E ricordare i nostri cari, morti soffrendo ignobilmente».

Una nuova sensibilità

Vent’anni dopo, la sensibilità sul tema della morte dignitosa è cambiata. «La magistratura è diventata più “tiepida”, ormai sono numerosi i casi dichiarati di a iuto su cui nessuno si è mo sso – dice Silvio Viale, membro del Comitato etico scientifico di Exit -. Le sole iniziative della magistratura si sono avute su d enuncia di parenti, come nel caso di Oriella Cazzanello, morta a Basilea nel 2014. La persona che l’ha accompagnata, però, è stata assolta». Marco Cappato, attivista radicale dell’Associazione Luca Coscioni: «Mi sono autodenunciato alla fine del 2015 per l’aiuto dato a Dominique Velati, malata terminale, ad ottenere l’eutanasia. Non è successo nulla». Ci sono anche altre realtà evidenti. «Nelle terapie intensive degli ospedali italiani – sottolinea Viale - è ormai comune la sedazione terminale o palliativa : non elimina solo la sofferenza, è un aiuto, un accompagnamento alla morte».

Ed è a i medici che Viale si è rivolto nell’anniversario: «Spero che accada ciò che poteva già avvenire al tempo di Welby: che i medici italiani escano allo scoperto. All’inizio magari saremo pochi, ma poco alla volta l’elenco si ingrandirà. Basterebbe, per cominciare, una pagina Facebook. In attesa che le proposte di legge all’ordine del giorno in Parlamento vengano votate e la politica faccia la sua parte: il Movimento 5 Stelle ha una posizione favorevole all’eutanasia, bisogna vedere se entrerà nel programma. E se questo smuoverà qualcosa anche nel Pd».