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Mercoledì, 12 Aprile, 2017 - 12:12
Davide: «Oggi me ne vado a morire in Svizzera»
Lucia Esposito su Libero pubblica l'intervista a Davide, 53enne, ex barista, malato di sclerosi multipla. Davide ha chiesto aiuto a soseutanasia.it, il sito della disobbedienza civile Marco Cappato, Gustavo Fraticelli e Mina Welby.

Davide: «Oggi me ne vado a morire in Svizzera»

Davide partirà prestissimo. Il suo corpo devastato dalla sclerosi multipla sarà caricato su un'auto e andrà a morire in Svizzera. Davide vuole farla finita prima che «la malattia stronza» che gli è entrata dentro continui a fare razzìa del suo corpo e gli succhi quel poco che ancora gli resta della sua vita. A dicembre, in una lunga intervista a Libero, aveva raccontato la sua storia e consegnato il desiderio di ottenere il suicidio assistito prima possibile perché «vivere mi fa troppo male». Oggi ha 53 anni, ma ne aveva 27 anni quando si è ammalato. Faceva il barista e, un giorno, si è accorto che non sentiva più una parte del suo corpo. «Potevano spegnermi una sigaretta addosso, darmi una coltellata, ma ero completamente insensibile».

IL PREZZO DELLA MORTE

Durante tutta l'intervista Davide (il nome è di fantasia) non chiama mai la sclerosi multipla per nome, dice sempre «la malattia stronza» o, con più confidenzialmente «la stronza».

Come una donna cattiva, come una fidanzata che ti tradisce, ti umilia e poi ti calpesta. Con il passare degli anni la stronza è diventata sempre più stronza e per questo alla fine dell'anno scorso ha supplicato la sua mamma che lo assiste, ormai anziana, a scrivere ad una clinica Svizzera e chiedere un preventivo per il suicidio assistito. La donna ha obbedito: «Mi vede tutti i giorni in questo letto. Soffre, ma mi capisce». La risposta degli svizzeri è arrivata presto ed è stata una mazzata: 9500 euro. Una cifra impossibile per lui che prende 790 euro di pensione al mese. Ha chiesto aiuto a soseutanasia.it, il sito di Marco Cappato, Gustavo Fraticelli e Mina Welby. E, anche grazie all'appello che ha lanciato attraverso il nostro quotidiano, più i risparmi della sua mamma e qualcosa che gli è rimasto in banca, ha messo insieme la cifra per comprarsi l'assistenza alla morte. Sempre tramite il sito che sostiene l'eutanasia in Italia, ha ottenuto l'appuntamento sperato.

Ora è pronto a partire. «Ho dolori ventiquattro ore al giorno, qualsiasi movimento, anche il più piccolo, mi procura sofferenze atroci», ci aveva detto. In questi quattro mesi non ha cambiato idea. Anzi. Ha vissuto pensando al momento in cui sarebbe partito. Il dolore della malattia è più forte della paura di non esserci più. E neanche il pensiero di lasciare sola la sua mamma lo trattiene, né lo frena la speranza dell'arrivo di una nuova cura. «Se anche un genio dovesse trovare una cura risolutiva, non potrei riceverla perché ho già fatto un ciclo di chemioterapia molto invasivo».

Gli amici no, quelli sono già spariti da tempo perché il dolore fa paura e allora la gente ti evita perché non vuole dividere un carico troppo pesante. Come la fidanzata di Davide che un giorno, dopo sedici anni insieme, senza girarci troppo intorno e senza fare neanche lo sforzo di inventarsi una scusa bugiarda - ma almeno pietosa - gli ha detto: non voglio un invalido. «Mi ha portato da mia madre, in questo posto bruttissimo dove vivo. Da qui non riesco a vedere nemmeno il cielo perché davanti alla finestra ho un palazzone orribile. Questo era l'ultimo posto in cui volevo stare. Ma almeno lei non è sparita del tutto».

Molto presto uscirà da questo palazzo squallido della periferia di una cittadina toscana. Se lo lascerà alle spalle come due pezzi della sua vita: quella del ragazzone di un metro e novanta che amava la musica e quella di un uomo accartocciato su se stesso che non riesce a muoversi senza trascinarsi dietro un dolore più grande di lui. «La fine la immagino, serena, molto dolce. Per me il viaggio sarà una liberazione. La liberazione. Come un sogno, come una vacanza. L'unica cosa che mi fa sorridere, adesso, è il pensiero di questo viaggio. Mi daranno da bere un liquido e io lo berrò».

IL SASSO IN TASCA

È determinato e sicuro. Mai un cedimento. Quattro mesi fa credeva di non trovare i soldi necessari, ma il coraggio ce l'aveva. Ora che i soldi li ha trovati, ne ha ancora di più, come un campione alle Olimpiadi che vede il traguardo vicino. Gli avevamo chiesto che cosa avrebbe portato con sé. E lui, come chi pensa a un viaggio da tempo, aveva risposto: «Non mi serve nulla. Mi piacerebbe portare un sasso che mi regalò un mio amico durante una vacanza in Sardegna come simbolo della nostra amicizia. Mi raccontò una leggenda sulle pietre e gli amici ma adesso non la ricordo più». Davide se ne andrà bevendo il liquido che un'infermiera gli consegnerà. «Se potessi partirei tra mezz'ora». Davide se ne andrà come Dj Fabo, come Piera Franchini e Dominique Velati: berrà la sua morte. «L'aldilà lo immagino come il nulla. Sono ateo». Il viaggio è imminente. Chissà se Davide ha già messo nella tasca della giacca quel sasso o se alla fine deciderà di lasciarlo nel cassetto della casa di sua mamma. È il ricordo di un amico che non c'è più, come quel ragazzo gigante che d'estate andava in Sardegna e che ora, in questa primavera esplosa prepotente, è pronto per l'ultimo viaggio.

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