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Venerdì, 31 Marzo, 2017 - 14:43
Il Ticino: «L'Italia non scarichi qui i suoi malati»
Il sindaco di Chiasso: «Non potete mandare qui i vostri malati». Pubblichiamo di seguito il servizio di Roberto Canali pubblicato su Il Giorno.

Il Ticino: «L'Italia non scarichi qui i suoi malati»

La chiamano «la dolce morte», ma l'eutanasia in Svizzera rischia di trasformarsi in un affare scomodo. Colpa dell'Italia, tanto per cambiare, che da anni discute senza soluzione una legge sul fine vita e, procrastinando ogni decisione, spinge tanti malati terminali ad attraversare il confine. Il caso di Dj Fabo è servito ad accendere i riflettori su un fenomeno che in Canton Ticino, come nel resto della Confederazione Elvetica, è cresciuto in maniera costante negli ultimi anni. Adesso il timore del «turismo della morte» dal Bel-paese è reale. Lo sanno bene a Chiasso, la prima città del Canton Ticino dopo il confine di Como-Brogeda, dove dall'inizio dell'anno sono state un paio le richieste che sono arrivate in municipio per aprire dei centri che aiutano i pazienti nella pratica del suicidio assistito, a fronte di un altro già attivo e poi bloccato a causa di irregolarità amministrative. «Da noi il suicidio assistito è legale ma non potete pensare di risolvere i vostri problemi mandando i malati a morire qui - spiega il sindaco Bruno Arrigoni -. Purtroppo noi sindaci non abbiamo molti strumenti per opporci a chi vuole aprire questo tipo di attività». L'unica risorsa è il regolamento edilizio che da queste parti prevede, a fronte della denuncia di una nuova attività, la possibilità per i vicini di opporsi entro un termine di trenta giorni. «Spesso si tratta di attività che non richiedono grandi spazi, si può aprire un centro anche in un appartamento - prosegue il sindaco - ma vige il divieto di farlo in una zona residenziale. Finora siamo stati fortunati, una delle associazioni che ci aveva chiesto di aprire è andata altrove perché il proprietario dell'immobile alla fine ha negato il suo consenso». Merito anche del confronto politico che in queste settimane si è acceso nella città di confine, che ha ospitato un dibattito con medici, giuristi e filosofi, di fronte a un pubblico di oltre duecento persone. «Dovrebbe essere la Confederazione a intervenire con delle norme più precise - conclude Arrigoni - altrimenti in Canton Ticino rischiamo di veder moltiplicare i centri per la dolce morte, un po' com'era capitato anni fa con i negozi che vendevano i derivati della canapa». Sulla materia si era già espressa la Corte Suprema Svizzera con una sentenza del 3 novembre 2006 in cui stabiliva che «ogni persona capace di intendere e di volere, ha il diritto di decidere in ordine ai modi e ai tempi della propria morte».

Un diritto riconosciuto anche dal Codice Penale del 1941 che punisce l'aiuto al suicidio con una pena fino a cinque anni solo in caso in cui questo avvenga per fini di lucro. In Svizzera sono attive cinque associazioni che aiutano a praticare l'eutanasia. La più grande, Exit, ha diverse filiali anche in Italia e in Germania. Il costo dell'assistenza varia dai 10 ai 13mila euro, nei quali sono compresi l'assistenza medico-legale e il viaggio oltreconfine. «La legge è sempre la stessa e non poniamo discriminazioni - precisa Paolo Bianchi, direttore della Divisione della salute pubblica e coordinatore del Dipartimento della sanità e socialità del Canton Ticino - solo chiediamo che al malato sia dato il giusto tempo per riflettere sull'atto che sta per compiere. Il paziente residente in Svizzera matura questa decisione nel tempo, dopo un percorso clinico in cui è accompagnato dai propri medici che possono certificare la volontà chiara, reiterata ed incondizionata di giungere a questa scelta. Queste garanzie devono sussistere anche per i pazienti stranieri».