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Venerdì, 16 Dicembre, 2016 - 16:40
La guerra del mio Piero che voleva soltanto andare via
Il 20 dicembre 2006 si spegneva Piergiorgio Welby. Un caso che divise l'Italia. Oggi la moglie Mina racconta quegli ultimi giorni e cosa ancora non è cambiato.

La guerra del mio Piero che voleva soltanto andare via

Articolo di Caterina Pasolini su Il Venerdì di Repubblica - Piergiorgio Welby moriva il 20 dicembre 2006. Per mezzo secolo aveva lottato con la distrofia muscolare che alla fine lo aveva inchiodato ín un letto, immobile, solo gli occhi per comunicare. Da tempo voleva che gli fosse riconosciuto il diritto di rifiutare le cure e di andarsene. La sentenza arrivò ai primi del mese: Welby poteva morire. Scegliendo il modo: facendosi staccare il respiratore. Ma a restare senza fiato fu il Paese, che si ritrovò spaccato. Tra laici e cattolici, tra chi parlava di omicidio, chi di eutanasia e chi rivendicava il diritto all'autodeterminazione. «Sono passati dieci anni da quando Piero è morto. Cos'è cambiato? Poco. Non c'è una legge sul fine vita che garantisca la volontà di ciascuno di accettare le cure o di rifiutarle anche quando non avrà parole per dirlo. La politica continua a essere in ritardo».

«L'asburgica», così Piergiorgio Welby chiamava la sua Mina, la moglie altoatesina che oggi sfiora gli ottant'anni. Piccola e minuta, donna d'acciaio e sorrisi, una gentilezza che si indigna quando ricorda: «Piero ha dovuto lottare per essere libero di morire. Quanto dolore, ingiustizia e umiliazione deve ancora soffrire chi, come Monicelli e Lizzani, per andarsene è costretto a buttarsi dalla finestra? Mancano le leggi, e anche la pietà».

Dieci anni fa la sentenza.

«Lo ricordo bene: ero felice per lui ma dilaniata all'idea di perderlo. Piero a sessant'anni poteva finalmente rifiutare le cure, come un malato di cancro che rinuncia alla chemio. Gli avrebbero tolto il sondino che lo nutriva, il respiratore che soffiava aria nei polmoni immobili come il cemento. La distrofia muscolare lo aveva imprigionato in una gabbia mentre il cervello andava a mille».

E la politica insorse.

«I cattolici parlavano di omicidio, di eutanasia. Mi davano dell'assassina. A me? Chiedevo solo che potesse andarsene serenamente, dormendo. Piero non voleva morire soffocato da lucido e impotente. I medici avevano paura a sedarlo, temevano di essere accusati di omicidio del consenziente. Cosa che puntualmente accade all'anestesista Riccio che accettò di aiutarlo. Poi però fu prosciolto».

Welby scrisse al presidente Napolitano: "Amo la vita ma questa non lo è più".

«A Piero piaceva vivere intensamente, nonostante la malattia lo avesse colpito presto: aveva solo 12 anni. Crescendo peggiorò. "Il mio corpo perde i pezzi" diceva. Una mattina andando a caccia scoprì di non riuscire più a premere il grilletto del fucile: sapeva cosa lo aspettava. Disperato andò dal padre, il portiere della Roma negli anni '30, e gli chiese: "Per favore sparami, voglio morire in piedi col sole negli occhi, non paralizzato in un letto". Da allora furono anni difficili. Cercò l'oblio nell'eroina, in una overdose che lo liberasse».

Quando vi siete conosciuti?

«A Roma, a Campo dei Fiori. Un colpo di fulmine. Avevo quasi 40 anni e insegnavo italiano, lui per la sua malattia non aveva mai avuto un lavoro fisso. Dava ripetizioni, dipingeva. E leggeva tanto. Andammo a vivere in un piccolo appartamento a Cinecittà. Sono stati anni felici, di discussioni e risate, e ogni giorno cercavo di trovargli svaghi adatti al suo corpo che lo tradiva e ne diminuiva gli spazi: fotografia, pennelli, poesie. Stava ore sul web a guardare i falchi. Li amava, forse perché loro erano liberi».

E a lui chi lo ha "imprigionato"?

«Non voleva il ventilatore, ma quando siamo finiti in ospedale perché rischiava di soffocare non seppi oppormi. Piero si risvegliò e si ritrovò ostaggio di quella macchina che lo faceva respirare. Costretto a vivere. Iniziò la sua battaglia».

Quando le ha chiesto di voler morire?

«Era il marzo 2006. Voleva che lo addormentassi col sonnifero e che staccassi il ventilatore. Non ce l'ho fatta. Avevo paura di sbagliare dose o che si svegliasse all'improvviso, morendo nella sofferenza. E poi è difficile lasciare andare chi ami. Io sono credente, ma alla fine ho capito e accettato che per lui quella non era più vita. Aiutarlo ad andarsene è stato il più grande regalo che gli ho fatto».

L'ultima notte?

«Il 20 dicembre 2006. Strade piene di gente in giro per i regali di Natale. A casa, c'erano gli amici. Li salutò uno a uno, con un soffio di voce coperto dal rumore del ventilatore. Arrivò anche Pannella. Piero se n'è andato con Bob Dylan che cantava This Night I will be Here With You, e le mie mani sulle sue».

La Chiesa gli rifiutò il funerale...

«Un gesto senza pietà non solo per Piero, che era stato credente almeno fino a quando la malattia aveva guastato i suoi rapporti con Dio. Ma per sua madre. Il cardinal Ruini disse che non si poteva perché si era voluto uccidere. Quel giorno mi chiamò don Ciotti: "Guarda che Dio non la pensa così". Ne sono convinta anch'io».